amore: maschile singolare

Uomini, intesi come maschi, che parlano di amore dal loro punto di vista, col loro linguaggio, con la loro specialissima sensibilità ma anche attraverso i loro luoghi comuni.

 

Questi, per ora, gli snodi del racconto:

 

- Incipit
- Dell’amor ch’inizia
- Dell’amore che adolesce
- Dell’amor delle puttane
- Dell’amor del per sempre
- Dell’amor che finisce
- Del maturammor

Un percorso tenero, divertito e stralunato di parole e musica, che ripercorre l'educazione all'amore di un uomo al di là degli stereotipi.

 

Il testo fa parte di una trilogia.

 

Dell'amore che finisce (musica di Caputo in sottofondo)

Ci sono alcune cose che ho sognato di comprare con il mio primo stipendio. Una moto Guzzi, ad esempio, ma poi mi è passata, anche perché il primo stipendio, da solo, non bastava.

 

Poi una chitarra, e quella me la sono comprata girando interamente il primo bonifico al negozio di musica. Ci sono cose che non possono aspettare. La chitarra era più impaziente, la Guzzi è rimasta dov’era.

E poi uno stereo vero, volevo uno stereo vero. Ma avrebbe aspettato molto tempo, quello.

Avrebbe aspettato Silvia.

 

Lo stereo è arrivato ancora prima di prendere casa insieme, io e Silvia. Uno stereo da intenditori che ogni pezzo è stato scelto della marca che quel pezzo lì lo faceva meglio. Piatto Thorens, casse Mission in mobile di radica di rosa, e i cavi delle casse, che io non sapevo che anche i cavi delle casse dovevano essere speciali, quelli erano di una marca che manco avevo mai sentito, di rame rivestito con una guaina anti fruscio che il suono così arriva puro e non ci sono interferenze.  L’abbiamo montato insieme, quello stereo, io e Silvia, con i cavi, il piatto e tutto, e con il primo CD, che al tempo i CD non li avevamo e abbiamo comprato il primo che ci era venuto in mente.

 

A Silvia venne in mente Caputo che io non sapevo neanche chi era, e allora quello stereo cominciò con Caputo, che sembrava bello anche Caputo, con i bassi dello stereo e con i cavi anti fruscio che sembrava che Caputo fosse lì sul mobile del soggiorno.

 

Bimba se sapessi che monotonia

Tutte quelle balle sulla fantasia

Guarda che mestiere che mi tocca fare

Io con questa faccia e il mio passato da dimenticare

Bimba non è un caso di nevrastenia

Puoi denominarlo spreco di energia

Tutta la fatica che mi tocca fare

Solo per riuscire a galleggiare in questo pazzo mare


E ballavamo, su quei bassi.

 

Bimba mia sapessi che monotonia, tutte quelle balle tattarattattà, zumpa zumpa tralla trallalla lallà Zumpa tralla tralla zumpa zum-pa-ppà.

(continua la musica in sottofondo)


E poi non è che si poteva continuare con Caputo, che c’è anche un limite. Quello stereo ha cominciato a suonare la musica delle nostre storie, i Pink Floyd e i Jethro Tull, De Andrè, i Genesis  e qualche chitarrista jazz. Guccini e i Clash, Wish you were here e il punk, Sting e i Carmina Burana. Il collage era improbabile, ma non stava male. E poi la radio con i notiziari di Radio Popolare, con quella musica che annunciava i giornali radio e io li ascoltavo dallo stereo e mi incazzavo sempre per le notizie e commentavo con Silvia e ci trovavamo quasi sempre d’accordo.

 

Bimba mia sapessi che monotonia…


Il piatto era delicato che non è che potevo farci i giochini di rallentare i disco con le dita per sentire i cantanti che sembrava avessero il mal di pancia. Giochini che facevo con il piatto che si chiamava grammofono che era quello di Selezione del Rider’s Digest che avevano i miei. Il mio piatto, il nostro piatto aveva una cinghia che sembrava di seta, tarata al millimetro sul peso del disco che doveva trascinare.

 

Lo so perché un giorno l’ho smontato e la cinghia mi è rimasta in mano.

 

Nel negozio che ce l’aveva venduto c’era un tecnico severissimo che i componenti degli stereo per lui erano gioielli. Se tu volevi un amplificatore di una marca, ma avevi le casse che secondo lui non erano compatibili con l’ampli che volevi, mica te lo vendeva, l’amplificatore. Doveva essere quello compatibile, per impedenza, risposta, watt di uscita e altre cose misteriose.

 

Io da quel tecnico ci sono andato con la mia cinghia in mano a farmela rimettere. Non mi ha fatto pagare niente, ma era meglio se pagavo. Perché alla fine mi ha mandato via dicendo che se avesse saputo che ci mettevo le mani, nel piatto, non me lo avrebbe venduto. Io ero solo curioso di vedere come funzionava la meraviglia. Ero solo curioso. Comunque gli ho promesso che ne avrei avuto cura.

E anche delle casse, e dei cavi che non dovevano essere troppo tirati. Uno stereo curato, perché era importante, e poi anche per non farmi rimproverare, anche se lo faceva gratis, il tecnico.

 

Bimba mia sapessi che monotonia…


Intanto capitava ancora che lo stereo ci faceva ballare e discutere, e alla fine ci mettemmo anche musica nuova, scelta insieme. Tipo Paolo Conte, che il tecnico diceva che quello non era proprio lo stereo adatto alla musica di Paolo Conte, ma a noi non importava. Che gli stereo se alla fine li ascolti da tecnico rischi che ci perdi il gusto.

 

Comunque lo stereo chi si azzardava ad aprirlo più. Lo ascoltavamo e basta. Neanche a Silvia piaceva che ci guardassi dentro, e allora mi sono limitato ad ascoltarlo sulla fiducia senza interessarmi a com’era fatto.

 

E ha continuato per tanto tempo, a farci ascoltare la nostra musica, e continuavamo a ballare e i notiziari, e la musica che scoprivamo…

 

O meglio, che scoprivo, perché io non potendo aprire lo stereo ci provavo musica nuova, e Goran Bregovic, e un po’ di classica, e una volta ci ho attaccato anche la chitarra con le casse che non erano molto contente. Silvia era meno curiosa, dello stereo, della musica e di tutto il resto.

 

Bimba mia sapessi che monotonia…


Un giorno che me lo ricordo ancora una cassa ha fatto un rumore strano e io ho pensato al tecnico. Che se mi scopriva che ci avevo ascoltato Bregovic mi dava la colpa che la cassa faceva rumore per colpa di Bregovic.

Non gli avrei mai detto che ci avevo attaccato anche la chitarra.

Io comunque la cassa volevo aprirla per vedere se riuscivo ad aggiustarla senza passare sotto il tecnico, ma poi Silvia mi ha convinto che tanto si sentiva lo stesso, bastava abbassare il canale della cassa e il rumore non si sentiva. La soluzione non era proprio furba, che se a uno stereo che, per definizione, ha due canali distinti, gliene togli uno, non è che senti la stessa musica. E allora Silvia il genio lo metteva in mono, lo stereo, che è come avere la Ferrari e spingerla. Lascia stare quello stereo! - mi diceva –che si può anche stare senza musica!


E io senza musica non lo so se ci sto, che questo è lo stereo che abbiamo preso insieme, insieme io e te e che insomma, forse col tecnico.

No, quale tecnico! - dice Silvia.  E va bene, allora in mono.

 

Certo che ballare in mono non era più la stessa cosa e lo stereo non lo accendevamo più tanto. C’erano sempre i notiziari di Radio Popolare, che quelli vanno bene anche con una cassa sola e poi non erano ballabili. E a me i notiziari poi finisce che mi rendono nervoso.

 

Bimba- mia- sapessi- che- monotonia…


E adesso basta con ‘sto cazzo di Caputo! (stop con la musica di sottofondo)

 

No, perché, io Caputo, devo confessare che non l’ho mai sopportato, e poi in mono che non si sentono i bassi proprio non ce la faccio.

 

Lo stereo rimase lì sul mobile per un po’ di tempo a dire notizie tutte dalla cassa di sinistra: era l’unico lusso, seppur politico, che ci concedeva. Io per curiosità, ogni tanto il canale l’altro lo attivavo, ma poi è capitato che un giorno non faceva più rumore nel senso che era muto silente.

I dischi, che tanto non li ascoltavamo più, sono finiti sul ripiano alto della libreria, e le cassette appese al muro con la polvere che si infilava tra una cassetta e l’altra che passava anche la voglia. Poi un giorno che torno a casa mi cade l’occhio su uno spazio libero sul mobile. Il piatto  sparito, una cassa, quella rotta, sparita, il lettore CD sparito, e quello per le cassette. Sparito anche lui. Silvia ci ha messo una lampada, al posto del piatto. È perché lo spazio non basta mai in una casa. Ma il mio stereo. Ma il nostro stereo. In soffitta che tanto non usiamo. La radio sì, che quella, per i notiziari e con una cassa sola.


E allora i notiziari, giorno dopo giorno, una cassa sola, andrà bene lo stesso.

 

Poi un giorno in soffitta ci vado, a trovare lo stereo. Mi ci porto anche la cassa buona e l’ampli. In soffitta lo stereo ha la faccia triste. Il disco dei Pink Floyd che mi sono portato salta dentro il lettore, e le cassette. Quelle neanche ci provo.

 

Il tecnico. Il tecnico. Una macchinata di componenti stereo che scarico davanti alla vetrina, lui che mi guarda con l’aria del che cazzo hai combinato ma io non ho combinato, io lo stereo, la musica, i Pink Floyd, vuoi ridarmi i Pink Floyd? Silcia non puoi, ma i Pink Floyd. Ti prego, ridammi i Pink Floyd di quando è cominciato tutto.

 

Il tecnico ha guardato la polvere sui componenti e ha fatto la faccia di chi ha i giorni contati. Soffitta – dico. Annuisce. Ha già capito. Spazio in casa? – domanda. Spazio, fratello. Annuisco anche io. Capisce. Non mi sgrida, stavolta, il tecnico. Mi fa non si può riparare. I componenti, i pezzi di ricambio, te lo compri nuovo, che è meglio. Mi aiuta persino a ricaricare in macchina tutta l’attrezzatura. Però i cavi li salvi.

I cavi li ho tenuti. Sono sicuro che dentro ci sta Caputo. Forse con Silvia, che oggi non so più neanche che musica ascolta.

 

(riprende la musica)

 

Bimba mia sapessi che monotonia…

Bimba mia sapessi che monotonia…

Bimba mia sapessi che monotonia…

Bimba mia sapessi che monotonia…